
Come scegliere il casco da moto: tipologie e sicurezza
Adventure, enduro o jet? Scopri come scegliere il casco da moto, cosa cambia con l’omologazione ECE 22.06 e come trovare la taglia giusta.
Un itinerario tra Alta Val Tidone e Oltrepò Pavese che mescola storia, panorami e ottimo cibo, tra alcune delle tappe più affascinanti della provincia di Pavia.
Si parte da Trivolzio e si attraversa la pianura pavese fino a Belgioioso, dove vale la pena fermarsi per un caffè con vista sul castello settecentesco che domina la piazza principale.
La seconda tappa è il Castello di Chignolo Po, conosciuto come la “Versailles della Lombardia”: una residenza nobiliare sorprendente, con giardini, cortili monumentali e una storia che attraversa secoli di Lombardia.
Da qui si entra in Alta Val Tidone e le strade iniziano a seguire il profilo delle colline, tra vigneti, boschi e piccoli borghi che sembrano rimasti sospesi nel tempo.
Al lago di Trebecco, si svolta per entrare finalmente nell’Oltrepò dove il resto della giornata scorre tra saliscendi, panorami aperti e strade secondarie che attraversano una delle zone più sottovalutate della Lombardia: un piccolo Far West di colline, castelli e trattorie dove il viaggio conta quanto la destinazione.
Per pranzo la sosta consigliata è la Trattoria Ca’ del Fosso a Montalto Pavese, dove affettati, formaggi e piatti della tradizione locale offrono un ottimo assaggio della cucina del territorio.
Ora si parte davvero.
Più in basso trovi il diario di viaggio, il test della moto e tutte le emozioni di questa avventura.
La risposta corretta potrebbe sorprendervi. Ma ci arriveremo.
Qualche settimana fa mi chiama Dave Petrolhead, noto esponente dei Cinghiali On The Road e uomo che, quando telefona, raramente porta cattive notizie.
“Gio, sei un ex harleysta. Ho per le mani una cruiser e una bagger Moto Morini da provare.”
Ora, l’idea mi interessa. Anzi, diciamo pure che mi interessa parecchio. Però, per una questione di principio e dignità personale, decido di fare quello difficile.
“Mah, non rientra nei miei format…”; “Non è proprio il genere di contenuto che tratto…”; “Devo valutare l’allineamento con la linea editoriale…”.
Insomma, provo a costruirmi addosso quell’aura da influencer vissuto che pondera ogni collaborazione davanti a una lavagna piena di KPI e diagrammi strategici.
Funziona più o meno quanto il mio consueto “da lunedì mi metto a dieta”.
Dave scoppia a ridere e mi invita a smettere di fare il pirla. In realtà me lo dice in veneto, che rende il concetto decisamente più efficace. Lascio a voi immaginare la V.O. (con o senza sottotitoli, fate voi).
Morale della favola: appuntamento fissato presso la sede Moto Morini di Trivolzio, in provincia di Pavia, per conoscere da vicino le protagoniste della giornata.
Però su una cosa scherzavo solo a metà. Non sono un giornalista specializzato e non ho alcuna ambizione di diventarlo. So a malapena controllare la pressione delle gomme e, se domani la moto decidesse di non partire, probabilmente mi trovereste seduto accanto a lei, in posizione fetale, a fissare il vuoto mentre cerco di ricordare il numero del mio psicologo.
Ma se non sono un giornalista e non sono un tecnico, una cosa posso dirla con una certa tranquillità: di chilometri in moto ne ho macinati parecchi. In quindici anni di patente ho guidato un po’ di tutto (cruiser comprese), su strade, autostrade, passi alpini, sterrati e qualche percorso che sarebbe stato più sensato non affrontare.
E soprattutto sono un motociclista profondamente godereccio. Di quelli che si ricordano il profumo dei boschi, il piatto mangiato in una trattoria sperduta e quella curva fatta particolarmente bene, ma che dopo due minuti hanno già dimenticato alesaggio, corsa e i tre quarti dei dati della scheda tecnica.
È questa l’unica competenza che posso mettere sul tavolo per Dave e Moto Morini.
Perciò, invece di annoiarvi con cavalli, centimetri cubici, pesi in ordine di marcia e altre informazioni che trovate in trenta secondi sul sito ufficiale, vi porto a fare un giro. Uno vero. Di quelli fatti di asfalto, curve, soste caffè, chiacchiere da casco a casco e sensazioni che nessuna tabella “dati tecnici” riuscirà mai a raccontare.
La mattina inizia presto, nella sede Moto Morini di Trivolzio. Lo showroom è uno di quei posti che rischiano di trasformare un adulto perfettamente funzionale in un bambino lasciato libero in un negozio di giocattoli.
Accolti come vecchi amici, tra strette di mano, caffè e burocrazia di rito, arriviamo finalmente al momento che conta davvero: le chiavi.
Io inizio la giornata sulla Calibro “standard”, mentre Dave sale sulla versione Bagger. La sostanza è la stessa: stesso motore, stessa ciclistica, stesso carattere. A cambiare è l’allestimento. La prima è una cruiser pura e semplice; la seconda aggiunge due borse rigide da 19 litri e un generoso batwing che offre un minimo di protezione aerodinamica ma, soprattutto, un look da autentico bad-ass.
Mi siedo. Sono alto 182cm e “ben strutturato” (per non dire sovrappeso) ma la posizione di guida mi sembra subito comoda, grazie anche alle pedane avanzate che sono una vera sciccheria come per ogni cruiser che si rispetti.
Giro la chiave. Il quadro strumenti dal gusto old-school si anima e la lancetta del contagiri compie il suo rituale di risveglio. Il motore prende vita con una voce educata. Presente, ma discreto.
Lasciamo Trivolzio alle spalle, imbocchiamo la tangenziale e iniziamo a macinare i primi chilometri tra campi, cascine e strade dritte che sembrano disegnate con il righello. Le uniche curve, per il momento, sono le rotonde disseminate nella pianura padana.
E va benissimo così.
Noi e le moto abbiamo bisogno di presentarci come si deve. Di prendere confidenza. Di capire pregi, difetti e stranezze reciproche prima di passare alle cose serie.
Ogni accelerazione, ogni frenata e ogni cambio di direzione diventano un’occasione per studiare le reazioni delle due Calibro. E una cosa emerge quasi subito: queste moto si muovono con una leggerezza che normalmente non associ alle cruiser. Merito anche di un peso che resta appena sotto la soglia psicologica dei 200 chili (a secco) e di una ciclistica decisamente più svelta di quanto l’estetica lasci immaginare.
Tra le note meno convincenti c’è invece la corsa dell’acceleratore. Quando la strada si apre e viene voglia di dare “gas a martello” come direbbe Guido Meda, ci si accorge che per spalancare completamente il comando occorre una rotazione del polso piuttosto ampia. Più che gas a martello, mi verrebbe da dire gas a goniometro. Nulla di drammatico, ma avrei gradito una corsa leggermente più corta, soprattutto nella guida più brillante.
Per chi pensa che la pianura sia soltanto un interminabile esercizio di pazienza, arriva però una sorpresa: il Castello di Belgioioso.
Compare quasi all’improvviso e ci offre una scusa perfetta per fermarci. Davanti all’ingresso troviamo quello che ogni motociclista cerca dopo la prima ora di guida: un caffè e qualcosa da mettere sotto i denti. In Piazza Vittorio Veneto non manca la scelta: una pasticceria e diversi bar pronti a risolvere qualsiasi emergenza glicemica.
Tra un morso alla brioche e un sorso di espresso scopriamo che il castello nasce nel XIV secolo come fortezza dei Visconti, prima di essere trasformato nel Settecento dai principi Barbiano di Belgioioso (noti party-boys dell’epoca) in una raffinata residenza nobiliare, dove avvennero feste sontuose con invitati di rango. Tra cortili, giardini e sale affrescate passarono aristocratici, diplomatici e intellettuali dell’Illuminismo. Oggi conserva un’eleganza leggermente decadente che lo rende ancora più affascinante: più Versailles di campagna che castello medievale, nel cuore della provincia pavese.
E parlando di Versailles, la prossima tappa non poteva essere che il
che affonda le proprie radici nel Medioevo, quando era un presidio fortificato lungo la Via Francigena. Fu però nel Settecento che la famiglia Cusani lo trasformò in una residenza principesca, arricchendolo con giardini all’italiana, corti monumentali, sale affrescate e una splendida Palazzina di Caccia, pensata per accogliere nobili ospiti durante le battute nelle campagne circostanti. Non a caso qui soggiornarono personaggi del calibro di Napoleone Bonaparte e dell’imperatore Francesco I d’Austria. Oggi il complesso conserva un’eleganza quasi teatrale che gli è valsa il soprannome di “Versailles della Lombardia”.
E complice il colpo d’occhio decisamente fotogenico, ci siamo fermati ben più del previsto per creare contenuti per le due Calibro. Tra riprese video, foto, cambi di inquadratura e selfie in quantità tale da mettere in crisi la capienza dei nostri smartphone, abbiamo dato il meglio del peggio del nostro lato influencer. Il tutto sotto gli sguardi curiosi degli indigeni che passeggiavano davanti alle mura storiche, probabilmente indecisi se considerarci moderni cantastorie o semplicemente dei pirla particolarmente attrezzati. Propendo per la seconda.
Riponiamo tutto il nostro materiale fotografico nelle due borse rigide da 19 litri della Calibro Bagger di Dave, e siamo pronti a partire per la
Vero, per arrivare in Oltrepò l’abbiamo presa decisamente larga. Ma se andate in moto sapete già come funziona: la linea retta sarà anche la distanza più breve tra due punti, però resta uno dei modi più efficaci per annoiarsi. E noi, con due cruiser da 700 cc e 70 cavalli sotto il sedere, abbiamo intenzioni ben diverse.
Questa fascia di territorio tra Lombardia ed Emilia è un piccolo parco giochi per motociclisti. Campi coltivati, vigneti e boschi si alternano in un mosaico verde e oro, mentre le curve ampie della pianura lasciano gradualmente spazio ai primi tornanti dell’Appennino ligure. È il terreno ideale per prendere confidenza con queste moto e iniziare a capirle davvero.
Il sound della Calibro, che all’accensione a freddo mi aveva lasciato piuttosto indifferente, qui comincia a raccontare un’altra storia. Tra i 4.000 e i 5.000 giri si fa più cupo, più pieno, muscolare. È lì che il motore sembra trovare la propria voce. Ho trovato il suo punto debole, o forse quello forte: quello con cui avrei giocato per tutto il resto della giornata, quello che regala più sorrisi sotto il casco e qualche brivido lungo la schiena.
Tanto che, complice una ciclistica sorprendentemente sincera e ben piantata, nel misto stretto mi sono lasciato prendere un po’ la mano. Risultato: una leggera grattata alle pedane. Niente di eroico, sia chiaro. Ma abbastanza per farmi capire che la Calibro, sotto quell’aria da cruiser rilassata, nasconde più carattere di quanto lasci intendere a prima vista.
Arrivati al lago di Trebecco, Dave mi fa segni eloquenti che intuisco vogliano dire che ha fame. Lo stesso vale per me, tant’è che sono ormai dieci minuti che al posto del sound del motore sento solo i borbottii del mio stomaco.
Svoltiamo e ci addentriamo nell’Oltrepò Pavese, alzando finalmente il ritmo.
Questa è una terra di confine e, come tutte le terre di confine, ha una personalità tutta sua. La cultura, la cucina e persino il modo di vivere portano i segni delle contaminazioni tra Lombardia, Emilia e Liguria. Ma c’è anche un altro aspetto tipico delle periferie geografiche: essere abbastanza lontane da tutto da rischiare, ogni tanto, di essere dimenticate.
La cosa si riflette anche nelle infrastrutture. Le strade hanno una doppia personalità: a volte sono talmente perfette da sembrare candidate a ospitare il prossimo round della Superbike, altre sembrano aver appena subito un bombardamento.
Le Calibro, in questo scenario ai limiti della bipolarità asfaltistica, si comportano sorprendentemente bene. Sarà un mio pregiudizio, ma non mi aspettavo che una moto costruita in Cina (per quanto progettata e disegnata in Italia) potesse raggiungere un livello qualitativo simile. Le sospensioni, in particolare, fanno un lavoro egregio e riescono ad assorbire senza drammi anche i tratti più malconci.
La sella, invece, mi convince meno. Da fermo sembra fantastica: morbida come il divano di casa dopo pranzo. Poi arrivano le buche. E lì scopri che tutta quella morbidezza ha un lato oscuro. Sarà che sono un uomo di un certo peso (…) ma ad ogni avvallamento più deciso mi sono ritrovato a prendere delle culate memorabili. Nulla di tragico, sia chiaro, ma sul manto stradale creativo dell’Oltrepò avrei preferito qualche millimetro di sostegno fermo in più.
Per fortuna la bellezza di questa frontiera lombarda, una specie di Wild West in salsa padana, riesce a farti dimenticare rapidamente le sonore culate e le relative imprecazioni.
Arrivati a Montalto Pavese è finalmente il momento di pensare alle cose serie: il pranzo.
La destinazione è la Trattoria Ca’ del Fosso, un indirizzo che stazionava nella mia bucket list da parecchio tempo. Parcheggiamo le moto in una posizione strategica, ovvero dove possiamo continuare a tenerle d’occhio, e ci accomodiamo nel cortile all’ombra degli alberi, godendoci quel leggero refolo d’aria che, dopo una mattinata di sole, assume immediatamente caratteristiche miracolose.
Ordiniamo un tagliere di affettati e formaggi locali. Mentre una fetta di lardo col miele si scioglie in bocca, inizio a sospettare che il paradiso esista davvero e che abbia una cucina molto simile a quella dell’Oltrepò. Il cibo manda in corto circuito le sinapsi e non facciamo nemmeno in tempo a fotografare il tagliere che questo è già sparito. Un caso di evaporazione particolarmente rapido!
I primi arrivano poco dopo: celentani alla salsiccia per Dave, pisarei e fasò per il sottoscritto. Entrambi abbiamo scelto piatti particolarmente leggeri e adatti alla stagione, considerando che fuori ci sono circa le stesse temperature registrate sulla superficie di Mercurio.
Chiudiamo con un affogato al caffè, ma confesso che se il termometro avesse segnato una decina di gradi in meno avrei ordinato senza esitazione una seconda porzione di pisarei e fasò. Tra i migliori che mi sia capitato di mangiare negli ultimi anni.
Dopo pranzo ci scambiamo le moto: io passo alla Bagger, mentre Dave sale sulla versione cruiser.
Riprendiamo la strada verso Montalto con l’intenzione di raggiungere la Panchina Gigante 161. Purtroppo, però, troviamo la strada chiusa. L’unica alternativa sarebbe proseguire a piedi, ma il tempo non gioca dalla nostra parte e siamo costretti a rinunciare.
Poco male. Rimettiamo il casco e ripartiamo per gli ultimi chilometri attraverso l’Oltrepò Pavese. La strada si snoda tra vigneti, campi coltivati e colline morbide che sembrano accompagnarci verso casa con calma, quasi a volerci trattenere ancora un po’.
Il sole del pomeriggio è ancora alto e i campi di grano iniziano a tingersi d’oro, punteggiati qua e là dal rosso acceso dei papaveri. Le macchie boschive che interrompono il paesaggio ci regalano tratti d’ombra particolarmente graditi: dopo una giornata passata sotto un sole implacabile, ogni grado in meno viene accolto come una benedizione.
Scendiamo infine verso Casteggio, lasciandoci alle spalle le colline dell’Oltrepò. Da lì puntiamo verso Castelletto Po’ e poi ancora verso Trivolzio, dove ci aspetta l’ultima tappa del viaggio: restituire le chiavi delle moto che ci hanno accompagnato per tutta la giornata.
Prima di tornare ai nanometri, vale la pena rispondere alla domanda più importante:
La risposta è semplice. A chi è incuriosito dal mondo cruiser o bagger ma non ha alcuna intenzione di ritrovarsi a gestire 300 chili di moto ogni volta che deve fare manovra nel parcheggio di un bar. E a chi non ha voglia di investire una fortuna in una cruiser americana, magari usata, con più proprietari alle spalle che tagliandi documentati.
Le Calibro occupano uno spazio molto interessante. Sono facili da guidare, accessibili, hanno un’estetica curata e una personalità ben definita.
Le vedo perfette per chi ama le uscite di mezza giornata, i weekend fuori porta e i viaggi a medio raggio, senza l’ambizione di attraversare tre continenti o percorrere mille chilometri in una tirata sola. Costano il giusto, offrono più qualità di quella che mi aspettassi e rappresentano probabilmente uno dei modi più intelligenti per entrare nel mondo delle cruiser moderne senza dissanguare il conto corrente.
E ora, eccoci al momento della risposta che ho promesso.
All’inizio dell’articolo vi ho chiesto cosa misurasse il nanometro. Tra le risposte possibili ce n’era una corretta dal punto di vista scientifico e una corretta dal punto di vista umano.
Perché sì, il nanometro è un miliardesimo di metro. Ma è anche l’unità di misura delle figure di merda: infatti, qualche tempo fa mi è capitato di imbattermi in un reel di un sedicente esperto che, commentando una moto, interpretava gli Nm della coppia come nanometri invece che Newton metro. Una di quelle situazioni in cui il cervello vorrebbe intervenire, ma resta paralizzato ad assistere al disastro.
Ecco, il punto è che io non corro questo rischio.
Non perché ne sappia di più: perché conosco perfettamente i miei limiti.
Non sono un ingegnere. Non sono un collaudatore. Non sono un giornalista specializzato. Se volete sapere come lavora l’albero motore, o perché una sospensione reagisce in un certo modo, ci sono persone infinitamente più competenti di me.
Io posso dirvi altro.
Posso dirvi che la Calibro mi ha sorpreso per leggerezza e maneggevolezza. Che il motore trova il suo carattere tra i 4.000 e i 5.000 giri. Che la ciclistica è più sincera di quanto l’aspetto cruiser lasci immaginare. Che la corsa dell’acceleratore è più lunga di quanto avrei voluto e che la sella, sulle strade più malmesse dell’Oltrepò, mi ha regalato qualche sonora culata di troppo.
Posso dirvi che tra le due sceglierei probabilmente la Bagger. Non per necessità, ma perché quel batwing e quelle borse le regalano una presenza scenica notevole senza snaturarne il carattere.
Soprattutto, posso dirvi che ho passato una bella giornata. Ho guidato su strade interessanti, attraversato colline magnifiche, visitato castelli che meritano una deviazione e mangiato in una trattoria dove, se non vi dicessi che è li, non ci passereste mai.
È questa la lingua che parlo.
La lingua delle strade secondarie. Delle trattorie sperdute che valgono il viaggio da sole. Delle chiacchiere davanti a una birra fresca con le moto parcheggiate fuori e il casco appoggiato sul tavolo. Per gli esperti lascio volentieri le schede tecniche.
Io continuo a raccontare i viaggi.

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